L’approccio sistemico e relazionale e la presa in carico terapeutica

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L’approccio sistemico e relazionale2019-07-16T17:21:43+00:00

L’approccio sistemico e relazionale e la presa in carico terapeutica

La terapia familiare nasce negli anni ’50 in America innestandosi sul filone robusto della psicoterapia psicoanalitica relazionale. Il discorso di Freud era stato elaborato già in precedenza da H.S. Sullivan all’interno di una teoria e di una pratica che mettevano l’accento sulla interdipendenza dei comportamenti umani e sulla necessità di lavorare a livello del contesto interpersonale di appartenenza per ottenere modificazioni significative di tali comportamenti.

Dopo le inevitabili incomprensioni del primo periodo, si può oggi affermare che la tradizione scientifica dei moderni terapeuti familiari fa riferimento prima di tutto alla lezione di Freud sul dinamismo psichico sottostante al manifestarsi del sintomo e, successivamente, alla riflessione sistemica sulla interdipendenza dei comportamenti. Caratteristicamente interdisciplinare nella presentazione delle sue giustificazioni teoriche, essa rappresenta in effetti una riformulazione moderna e complessa delle ricerche più importanti condotte nel corso del secolo scorso, sulle origini o sul significato e sugli effetti della comunicazione fra gli esseri umani da una parte; sulle possibilità di intervenire modificando dall’altra.

Se fino ad alcuni anni fa la terapia familiare era ancora proposta dai sistemici come la panacea di tutti i mali, tanto da rendere quasi automatico l’invio, attualmente si tende a valutare, sulla base di parametri comparabili (età del paziente e sue caratteristiche personali, età di insorgenza dei sintomi, cronicità, configurazione del sistema familiare, fase del suo ciclo di vita, etc.) le diverse situazioni, prima di definire un eventuale invio in terapia.

D’altra parte, un’indicazione di terapia individuale è perfettamente compresa all’interno del modello relazionale sistemico e relazionale anche da un punto di vista teorico, trattandosi ancora di interazioni tra sistemi, sia pure particolari come gli individui. Ormai anche il trattamento individuale rientra nel campo d’intervento del terapista sistemico e relazionale: ogni problema interpersonale lamentato dal paziente può essere collegato con le relazioni avute nell’infanzia con le persone che di lui si sono occupate. La famiglia organizza la personalità e il modo di reagire ed il modo di rispondere ai suoi schemi di funzionamento è direttamente correlato ai sintomi del paziente.

E’ per tutte queste ragioni che preferiamo parlare di approccio sistemico e relazionale, ritenendo ormai riduttiva e parziale la denominazione di “terapia familiare”.

La valutazione psicopatologica del clinico non può fondarsi sulla sola osservazione dei comportamenti sintomatici ma deve tenere conto del tipo di strutture di personalità incontrate e del livello acquisito dalle organizzazioni difensive, dell’interazione del soggetto con la famiglia e l’ambiente.

L’attenzione del terapista sistemico, fin dalla diagnosi, non è perciò mai rivolta ai soli disturbi mentali. E’ indispensabile, per tutti coloro che svolgono attività clinica, raccogliere informazioni e conoscenze sull’intero nucleo familiare o sul gruppo di persone di cui il soggetto fa parte (i problemi con il gruppo di supporto principale, i problemi legati all’ambiente sociale, il livello d’istruzione, il lavoro, i problemi abitativi e quelli economici, i problemi di accesso ai servizi, il tipo di interazione con il sistema legale). In linea generale il terapeuta deve imparare a progettare l’intervento, ponendo in corrispondenza gli elementi in suo possesso e relativi alla fase di ciclo di vita del paziente e l’emergenza soggettiva sollevata. E’ fondamentale individuare fin da subito il sistema che è opportuno e possibile coinvolgere e formulare un’ipotesi pertinente di trattamento della situazione. L’importanza di saper riconoscere i processi psicopatologici utilizzati è a questo scopo determinante. Non è sufficiente identificare le emergenze soggettive portate dai pazienti solo attraverso una diagnosi psichiatrica, per i limiti che di questa sono propri e soprattutto per gli equivoci che può produrre la modalità con cui viene effettuata. Non basta guardare al paziente e al suo corredo sintomatico, è necessario prendere in

considerazione anche l’organizzazione psicologica della persona, i meccanismi di difesa che adotta, i tratti del suo carattere, i processi psicopatologici che caratterizzano lo stato di disagio psichico.

Questo approccio alla terapia ha permesso agli psicoterapeuti sistemici di cimentarsi nelle situazioni in cui gli aspetti psicopatologici sono più rilevanti e acquisire le competenze necessarie per prenderle in carico: la presa in carico del paziente deve prevedere da parte del terapista lo sviluppo di un lavoro terapeutico non sintomatico (centrato esclusivamente sulla remissione dei sintomi) bensì focalizzato sulla funzione del sintomo (sulla funzione dei disturbi e dei comportamenti problematici), ricercando collegamenti fra la storia personale e famigliare della persona e l’insorgenza prima e lo sviluppo poi dei disturbi psichici e comportamentali. Guardando alle situazioni dal punto di vista dei disturbi, dei sintomi, il terapista sistemico è un terapista eclettico, perché si serve della specificità dei sintomi soprattutto per cercarne il senso d’utilità, sia sul piano dell’economia psicologica personale che interpersonale e su questo imposta l’intervento.

Basata su queste premesse, la formazione del terapeuta familiare e sistemico, si propone come un processo le cui finalità esplicite corrispondono, prima di tutto, alla maturazione personale dell’allievo che deve essere aiutato a riconoscere i modi con cui influenza i comportamenti di chi chiede il suo aiuto, entrando necessariamente in contatto con la complessità del proprio apparato psichico, con le modalità del suo funzionamento, con i meccanismi di difesa a cui affida il suo equilibrio, con la sua organizzazione personale. E’ solo all’interno di un processo formativo di questo tipo che l’acquisizione di tecniche psicoterapiche può permettere al terapeuta di formulare ipotesi sul dinamismo specifico della famiglia ed elaborare strategie di interventi che risultino davvero efficaci.

 

La formazione in psicoterapia

Riteniamo che la terapia sia in primo luogo un incontro personale e che il terapeuta può perciò imparare soprattutto con l’esperienza diretta. Si impara a fare terapia praticandola in prima persona, guidati da un supervisore mentre la terapia è in corso. La teoria nasce dall’azione e non viceversa; le letture di carattere teorico, le lezioni e i seminari sono più efficaci se lo studente può agganciarle alle esperienze terapeutiche in corso. Il didatta spiega all’allievo cosa fare e gli mostra praticamente come farlo, sia in forma diretta che indiretta. L’allievo impara facendo, sperimentandosi appena possibile in stanza di terapia.

Il trainer deve insegnare al terapeuta a lavorare utilizzando le difese del paziente, ad empatizzare con il suo mondo interno e a non vivere le resistenze come dei muri da rimuovere: queste sono parte della struttura psichica del paziente, che vanno molto apprezzate (utilizzate, interpretandole) per l’enorme valore conoscitivo che in esse è racchiuso. La spiegazione della loro presenza consente al terapeuta di vedere oltre le mura, scoprire a difesa di cosa vengono erette, guardare all’oggetto prezioso che devono proteggere.

Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile impostare l’attività formativa sul piano clinico e dare modo al terapista di formarsi attraverso l’incontro diretto con i pazienti.

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